Namur, Belgio: capitale della Vallonia

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Namur, Belgio © J. P. Remy

Namur, Belgio © J. P. Remy

Namur scorre immobile nella Mosa, specchio denso che riflette fedele la capitale della Vallonia: la fretta e il tempo sembrano di un altro luogo e di un altro tempo, lasciati alla mondanità stravagante che non trova dimora nella antica dimora della cittadella belga.

Qui, appena superato il ponte, entro in un’altra dimensione: quella che si viveva e ancor si respira nel vecchio quartiere del Grognon – ucciso nelle fattezze negli Anni Sessanta del Novecento per far sorgere la sede del Consiglio regionale vallone.

In realtà questo sperone roccioso, proprio alla confluenza della Mosa e del Sambre, è il continuum di Namur dalla sua fondazione sino ai giorni nostri: la rappresenta, ne è anima e cuore. È storia viva.

Nata come oppidum gallo è diventata cittadella spagnola nel Quattrocento, fortificazione di Vauban nel Settecento e rifacimento in foggia olandese nel 1816. In venti secoli ha subito venti assedi per la sua posizione strategica a presidio della valle. Ma non è stata scalfita né rovinata dalla Rivoluzione industriale né dalle due guerre mondiali.

Oggi, a “disturbare” la quiete dei suoi cento mila abitanti, ci sono solamente turisti e viaggiatori che sfruttando i tour guidati a piedi o in trenino possono sentirsi raccontare la storia di Namur.

Io, invece, lascio la cittadella e camminando per rue du Président e Ruplemont, per Fumal e rue des Brasseurs ammiro incantato le facciate delle antiche case: perfettamente restaurate, i loro tratti seicenteschi e settecenteschi sono un trionfo dell’abilità edificatrice vallone.

La Cupola traforata della cattedrale Saint Aubain © J. P. Remy

Fu un editto del 1704 che obbligò a costruire l’esterno delle abitazioni in mattoni e pietra, sostituendo il graticcio. Proseguendo nel mio viaggio architettonico per Namur, noto diversi “angoli rotti”: sono aree smussate per consentire alle carrozze di un tempo di curvare.

Un’altra curiosità che i miei occhi non possono fare a meno di notare è il gocciolatoio sul cornicione di una delle più vecchie dimore della città: si trova tra rue du Président e rue Saint Jean: l’ardita invenzione aveva lo scopo di fare scivolare via la pioggia in esili gocce leggere.

In cerca di nuove case dalla storia antica, raggiungo Saint Loup. La sua facciata è esempio trionfale del barocco gesuita. Il soffitto di questa chiesa di Namur, costruita nel 1621, è in arenaria ed è stato scolpito a mano creando una policromia unica grazie anche ai pilastri in marmo rosso.

Poco più in là, c’è la cattedrale di Saint Aubain: il monumento più importante della città è stato edificato nel 1751. Rappresenta in tutto e per tutto lo stile classico con la crociera del transetto dalla cupola traforata. Anche se in origine aveva foggia gotica di cui resta ancora una torre duecentesca.

Nel suo interno, il pulpito a doppio scalone monumentale e i confessionali enormi si sposano con le dimensioni della chiesa. Nel coro si trovano tele di Jacques Nicolaï, un allievo di Rubens, mentre il Calvaire a sinistra è di Van Dyck.

Ritornando sui miei passi verso la cittadella, proprio dopo aver superato le vie delle antiche dimore viste prima, trovo il Saint Jean Baptiste: anche se la maggior parte dell’edifico risale al Cinquecento, è il santuario più antico di Namur.

Il campanile dalla forma barocca venne aggiunto in un secondo momento: forse di fretta, di certo in modo asimmetrico: mentre lo guardo da sotto, lo vedo inclinarsi nel cielo piovigginante.

Proseguo sino al ponte. Dalla sua balaustra guardo Namur specchiarsi immobile nella Mosa: neanche la pioggia ne altera il riflesso fedele.

Per approfondire:
Wikipedia

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