Miniera di Blegny, nelle viscere del Belgio

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Una delle gallerie della miniera di Blegny © Andrea Lessona

Una delle gallerie della miniera di Blegny © Andrea Lessona

Occhi ciechi e orecchie sorde, scendo nel buio denso della miniera di Blegny: aggrappato al corrimano del vecchio ascensore stridente, attraverso in pochi secondi trenta metri verticali di roccia antica.

Uscito scosso dal montacarichi, fatico a camminare nelle viscere del Belgio vallone: mentre la luce delle vecchie lampade tremula lungo la galleria, respiro carbone e umidità. Sopra di me, tonnellate di terra.

Una mano sull’elmetto, l’altra nella tasca tiepida della tuta protettiva, penso a chi nella miniera di Blegny ha speso la vita e a volte ce l’ha lasciata: poveri uomini che nei decenni hanno scavato sino a sfinirsi per guadagnarsi un futuro breve.

Dove già si lavorava a partire dal XVI secolo sotto l’impulso dei monaci dell’Abbazia di Val-Dieu, oggi, a soli 15 chilometri da Liegi, ci si viene per scoprire un luogo che è storia: chiuso il 31 marzo del 1980, questo impianto fu l’ultimo del Belgio ad arrendersi alla modernità.

Solo due mesi dopo, grazie al contributo delle autorità provinciali, la miniera di Blegny venne riconvertita in complesso turistico per preservare la memoria dei minatori e mostrare come queste persone lavorassero.

Tra loro c’erano migliaia di italiani che nel dopoguerra emigrarono qui. L’accordo del nostro esecutivo col paese nordeuropeo era semplice e chiaro, quasi spietato: una tonnellata di carbone in cambio di ogni lavoratore.

Da allora tutto è cambiato: nel 2012 la miniera di Blegny è diventata patrimonio dell’Unesco e nella sua nuova esistenza turistica oltre tre milioni e mezzo di persone ne hanno attraversato le viscere.

Mi sembra di sentire l’eco di alcuni di loro, e invece sono i passi abituati della guida che mi guida in questo dedalo di cunicoli: scalini umidi scendono sino a sessanti metri nel Pozzo No 1. Lì sotto, antichi attrezzi scalfiscono le venature e vecchi macchinari vengono accesi per l’occasione.

Rombano assordanti, fanno tremare la terra, mi stordiscono per alcuni istanti. Istanti che per chi lavorava nella miniera di Blegny erano ore passate nell’oscurità affannosa con un cielo di roccia spessa sulla testa.

Nei primi periodi dell’estrazione, con loro c’erano anche degli animali – soprattutto cavalli: molti nascevano e vivevano qui sino alla morte senza mai aver visto la luce del sole. A volte finivano la vita a causa degli incidenti.

Gli stessi che nei secoli la tolsero a centinaia di uomini. Chi vinceva la fatalità, si piegava alla silicosi, alla antracosi, alla tubercolosi. Il latte bevuto appena saliti in superficie poteva preservali un po’. Non graziarli.

È lì che, risalito, me li immagino: madidi di sudore, il corpo nero di carbone, gli occhi rossi, il respiro corto e stanco si cambiano nello spogliatoio. Lo stesso in cui io lascio tuta ed elmetto e vado nel Pozzo-Marie del 1849 dove ora c’è il museo della miniera di Blegny.

Per approfondire:
Il sito della Miniera di Blegny

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