I Giardini di Annevoie, meraviglia vallone

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I Giardini di Annevoie © Andrea Lessona

Acqua a ventaglio screzia i Giardini di Annevoie. Li guardo attraverso questa trasparenza liquida che qui, nel demanio patrimonio della Vallonia, è essenza fluida. Scorre nel verde e lo alimenta, sinfonia gorgheggiante e inno alla natura del Belgio.

Colori differenti regalano meraviglia non appena superati l’ingresso e l’area dei giochi per i bambini. Poi la ghiaia del sentiero cede scricchiolante all’erba davanti al Grand Eventail: la fontana, chiamata anche Manchette di Nettuno, si apre in milioni di schizzi.

E’ la prima tappa del mio viaggio dentro il parco e la sua storia secolare. Fu realizzato tra il 1758 e il 1776 da Charles-Alexis de Montpellier dopo che la famiglia ereditò il possedimento di Annevoie dai de Halloy nel 1696.

I giardini pensati per dilettare i proprietari e i loro ospiti divennero col tempo una vera e propria opera d’arte: l’acqua scivola naturalmente da più di 250 anni senza nessun macchinario e senza nessuna interruzione, sfruttando i dislivelli del terreno.

Dieci generazioni di de Montpellier fecero di questo luogo uno scrigno a cielo aperto sino a quando nel 2000 lo vendettero all’uomo d’affari Stephan Jourdain. Oggi una parte del parco, che si trova tra le città di Namur e Dinant, è di proprietà della Regione Vallonia. E ogni anno centinaia di migliaia di persone vengono qui per ammirare stupite lo splendore del demanio.

Continuo il mio giro e arrivo a la Grand Cracheur, un getto d’acqua di più di sette metri: si mischia e confonde con quella che cade insistente dal cielo nuvoloso. L’opera è alimentata dal Grand Canale: scorre per 400 metri nei giardini e “disseta” la maggior parte delle sue 50 fontane.

Poi, nello spazio di pochi metri, i miei occhi incontrano la Cascade Anglaise, imitazione perfetta della natura, e subito dopo quella Française, realizzata da Charles-Alexis in onore del classicismo d’oltralpe: è la parte più antica del demanio. Infatti in questo posto, cesellato da abili mani durante i secoli, convivono tre stili a seconda dei tempi e delle loro mode: quello francese, italiano e inglese.

Proseguo seguendo l’itinerario tracciato dalla mappa ritirata all’ingresso, e raggiungo il Buffet d’eau: esemplare unico in Belgio e forse anche in Europa è stato realizzato nel 1760. Anch’esso trae vita dal Grand Canale che alimenta la piccola cascata centrale superiore, dove svettano Nettuno e Anfitrione.

Da qui i passi scivolano sull’erba e mi portano davanti al castello e al suo specchio d’acqua in cui si riflettono le prospettive imponenti. L’edificio, una volta proprietà dei de Halloy, ha subito diverse modifiche: lo stile Condrusiano ha lasciato spazio a quello classico con la comunanza grigia delle pietre tipiche di questa zona.

Dopo aver superato la Fontana di Tritone e Le Miroir arrivo a la Grande Allée: quattro statue a inganno visivo rappresentare le quattro stagioni e l’età della vita. La tecnica è tipica dell’estetica dei giardini alla francese. Subito dopo il parco mi regala la parte più intima di sé: qui i sentieri curvano sinuosi, le fontane si fanno piccole, i rivoli mormorano antichi segreti.

Cammino in questo dedalo per arrivare alla Cripta dove riposano Charles-Alexis de Montpellier e i discendenti della sua famiglia. Qualche passo oltre mi imbatto nella Rocher de Neptune, un esempio di grotta falsa che adorna i giardini inglesi, francesi e italiani del XVII e XVIII secolo.

Sulla via del ritorno imbocco la salita tra gli alberi di duecento anni che porta al Grand Canale. Alimentato dalla sorgente del Fonteney, sull’altro lato del versante della valle di Roullion, è l’artefice primo dei giochi d’acqua dei giardini: è lui a fornire la giusta pressione che regola il principio dei vasi comunicanti.

Da quassù posso ammirare in una prospettiva diversa il castello. Divido la sua facciata con la statua di due giovani innamorati: anche loro come me sognano gli interni del maniero chiusi al pubblico. Poi scendo dal declivio e incontro il Giardino dei Fiori, realizzato nel 1952.

L’opera segna l’evoluzione del parco e premia il nuovo stile non più solo orientato alla costruzione di elementi architettonici, ma anche alla valorizzazione delle piante e dei loro colori sgargianti.

Un istante prima di uscire, incontro il becco rosso di un cigno nero: nuota nel laghetto davanti al Mulino. La struttura, che può ospitare anche gruppi di viaggiatori, si specchia distratta nel bacino d’acqua. Ultimo gioco screziato dei Giardini di Annevoie.

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